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Cibo in scatola: possiamo fidarci?

È nato nell'800 e ancora oggi affolla i supermercati. Ma quanto conosciamo questo genere di alimenti? Il professor Paparella ci aiuta a fare un po' di chiarezza

22 giugno 2016
| di Grazia Serra
Cibo in scatola: possiamo fidarci?

I ritmi di vita sempre più frenetici hanno cambiato il nostro modo di mangiare, di cucinare e anche di fare la spesa. Dopo una lunga giornata di lavoro, chi di noi non ha ceduto almeno una volta alla tentazione del cibo in scatola? Un semplice click e la cena è servita. Ormai lo mangiamo da oltre un secolo.

 

Ma chi è stato l'inventore delle conserve? Non sono in molti a sapere che un ruolo fondamentale è stato ricoperto da Napoleone Bonaparte che nel 1810, per sfamare le truppe del suo esercito, indisse un concorso per trovare tecniche di conservazione per gli alimenti. Il vincitore fu Nicolas Francois Appert, giovane pasticcere e chef francese, che ideò la conservazione ermetica degli alimenti, detta anche 'appertizzazione'.

 

Ma gli alimenti in scatola sono un alimento sano? "Il cibo in scatola non fa male anche se sarebbe sempre meglio consumare alimenti freschi" sottolinea il professor Antonello Paparella, ordinario di microbiologia alimentare all'Università di Teramo. "Una conseguenza della conservazione in scatola degli alimenti è, infatti, la perdita di alcune vitamine, in particolare la vitamina A e la C".

 

Un altro dubbio da chiarire è sul consumo o meno del liquido di governo, cioè la sostanza che troviamo negli alimenti confezionati per la loro conservazione. "In linea di massima si può usare" aggiunge Paparella "ma io consiglio di toglierlo perché contiene sali e coadiuvanti tecnologici, delle sostanze utilizzate per mantenere il vegetale rigido (come per gli asparagi e i fagiolini). Non sono sostanze pericolose, ma servono per il mantenimento del colore e della rigidità del prodotto. È sempre meglio eliminare queste sostanze perché noi non le mangeremmo se consumassimo l’alimento fresco".

 

E per la scelta del packaging? Il professor Paparella consiglia il vetro. "È il contenitore che dà la migliore garanzia di non cessione di sostanze indesiderate nell’alimento. È un materiale inerte e per questo è sempre la migliore scelta. Anche perché nella conserva in vetro l’alimento è come se fosse in vetrina e così il produttore è portato anche a utilizzare materie prime perfette".

 

"Il metallo che si utilizza oggi - continua Paparella - può essere di diverse tipologie.  Esiste una banda stagnata verniciata, cioè ricoperta con vernici protettive interne colorate di bianco o d'oro. Queste vernici proteggono la banda stagnata dall’acidità che potrebbe corrodere il contenitore. Le conserve più economiche, che spesso arrivano anche dall’estero, possono essere fatte in bande stagnate più povere e potrebbero o non essere rivestite con vernici o averne uno strato molto sottile. In questo caso potrebbe corrodersi molto più facilmente a causa per esempio di una cattiva conservazione dell'alimento".

 

Un altro problema è la provenienza di questi alimenti. "Su tutte le conserve di pomodoro - precisa Paparella - non abbiamo la possibilità di capire da dove arrivi la materia prima perché non vi è l'obbligo di indicarne la provenienza. La provenienza deve essere indicata solo sulle passate di pomodoro, ma non su tutte le altre conserve. È un problema legato alle politiche europee e alla tutela del consumatore europeo. Molte associazioni di consumatori in Italia fanno pressione affinché si introduca sull'etichetta l'obbligo di provenienza di tutti gli alimenti perché il consumatore ha diritto di sapere l’origine della materia prima" .

 

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