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L'ambiente deve aver paura di Trump?

Durante la campagna elettorale il nuovo presidente eletto aveva fatto affermazioni che si conciliano poco con la lotta al cambiamento climatico

11 novembre 2016
| di Barbara Lutzu
L'ambiente deve aver paura di Trump?

L'elezione di Donald Trump come 45° presidente degli Stati Uniti è arrivata nel bel mezzo della Cop22 che si sta svolgendo in questi giorni a Marrakech. Dal 7 novembre, e fino al 18, i rappresentanti dei 197 Paesi coinvolti sono riuniti in Marocco per decidere la strategia che dovrà portare alla realizzazione concreta delle decisioni prese lo scorso anno a Parigi durante la Cop21. Una su tutte: la riduzione della temperatura della Terra.

 

La vittoria di Trump ha suscitato alcune perplessità tra gli addetti ai lavori a causa delle sue dichiarazioni sul clima e sull'ambiente fatte durante la campagna elettorale. Non solo già in passato aveva detto che il riscaldamento globale è una bufala perpetrata dalla Cina (che in realtà è diventato uno dei Paesi che investe di più nelle energie rinnovabili) ma negli ultimi mesi ha anche espresso la sua contrarietà alle decisioni prese durante la Cop21. Nel corso di un comizio elettorale in Nord Dakota, lo scorso maggio, aveva infatti detto ai suoi sostenitori: “Cancelleremo l'incredibile accordo di Parigi e metteremo fine ai pagamenti degli Usa al programma sul riscaldamento globale delle Nazioni Unite”.

 

Posto che questo non sarebbe possibile almeno per i prossimi quattro anni perché, come ha ricordato il ministro dell'ambiente francese Ségolène Royal, l'accordo di Parigi proibisce ogni abbandono prima di questo periodo di tempo, se gli Stati Uniti dovessero davvero non rispettare gli accordi presi le conseguenze non sarebbero positive per molti. Durante la Cop21 gli Usa si erano impegnati a ridurre le proprie emissioni di gas serra dal 26 al 28 per cento al di sotto dei loro livelli del 2005 entro il 2025 ma se alcune delle intenzioni espresse da Donald Trump durante la sua campagna elettorale dovessero avere un seguito nella pratica – mettere in moto le industrie di carbone, gas e petrolio locali, incoraggiando la produzione di queste risorse con investimenti per l'esplorazione dei giacimenti – ci sarebbe un aumento, e non una diminuzione, delle emissioni di gas serra.

 

Secondo un'analisi fatta da un gruppo di esperti americani, Climate Interactive, e riportata dal Washington Post il dietro front degli Usa agli accordi di Parigi avrebbe un grosso impatto a livello mondiale perché un'ampia percentuale dei tagli alle emissioni di gas serra decisi un anno fa è legata proprio all'impegno degli Stati Uniti. In dettaglio, hanno spiegato gli esperti, i soli tagli statunitensi interesserebbero 22 miliardi di tonnellate, su circa i 100 che comprendono tutti gli altri Paesi, di emissioni equivalenti di anidride carbonica tra il 2016 e il 2030. Quindi i tagli degli Usa rappresenterebbero circa il 20 per cento del totale. Se la nuova amministrazione decidesse di non rispettare questo impegno non solo verrebbero a mancare i suoi tagli ma probabilmente anche gli altri Paesi sarebbero meno incentivati a fare la loro parte per tutelare l'ambiente.

 

Dopo averlo attaccato durante la campagna elettorale, l'ex vice presidente nonché noto attivista ambientale e vincitore del premio Nobel per la pace del 2007, Al Gore, ha offerto il suo aiuto al nuovo presidente. In un post pubblicato poche ore dopo il risultato delle elezioni sul sito del gruppo ambientalista che ha fondato, Climate Reality Project, Gore ha scritto:

 

“Il presidente eletto Trump ha detto che vuole essere il presidente di tutti gli americani. Spero quindi che lavorerà con la stragrande maggioranza di noi che crede che la crisi climatica sia la più grande minaccia che dobbiamo affrontare come nazione. Gli auguro ogni bene nel perseguire questi sforzi e intendo fare qualunque cosa in mio potere per lavorare con lui e la sua amministrazione per assicurare che la nostra nazione continui ad essere leader nello sforzo globale per affrontare questa sfida”.

 

Dello stesso tenore il commento del presidente del WWF statunitense Carter Roberts che ha esortato Trump ad accelerare la transizione verso le energie rinnovabili in modo da risolvere l'emergenza climatica e preservare oceani, foreste e specie animali. “I presidenti cambiano – ha detto – ma le minacce dovute al cambiamento climatico e a un uso insostenibile delle risorse rimangono. Il presidente eletto Trump si è impegnato a rendere l'America più sicura. Nel momento in cui il livello dei mari è in aumento e sempre più spesso eventi climatici estremi, come le tempeste, colpiscono le nostre città, è necessario mettere in atto azioni ambiziose per mantenere questa promessa".

 

"Sappiamo – continua Gore – che la sicurezza globale e la nostra sopravvivenza dipendono dal mantenimento delle risorse naturali, incluso il clima dal quale dipendiamo. Da parte nostra continueremo a coinvolgere tutti i Paesi del mondo, così come le famiglie, le città e gli Stati americani, le imprese e il governo federale per costruire alleanze e per lottare per il significativo cambiamento di cui abbiamo bisogno e per il pianeta che è la nostra casa”.

 

E i problemi non sarebbero solo per l'ambiente. Secondo l'americano Worldwatch Institute se Tramp dovesse davvero far costruire un muro tra gli Stati uniti e il Messico, come ha dichiarato durante la campagna elettorale, oltre alle ripercussioni che avrebbe sulla popolazione umana, ci sarebbero delle conseguenze anche per la vita animale e vegetale di quell'area, caratterizzata dal più alto tasso di specie a rischio degli Usa. Non bisogna infatti dimenticare che tutto ciò che viene costruito per bloccare la circolazione degli individui blocca anche la libertà di movimento degli animali e delle specie vegetali, estremamente sensibili a ogni tipo di cambiamento.

@liciaanimalie

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